Nei templi dell’antica Grecia le origini degli archivi

Non può esserci democrazia senza trasparenza: partendo da questo principio, gli inventori della democrazia decisero di creare luoghi nei quali custodire i documenti. Sul blog di un’archivista australiana un approfondimento a riguardo

“Tutti i cittadini volenterosi hanno il diritto di perseguire coloro che fanno abuso dell’archivio custodito nel santuario, senza limiti di tempo né a causa di eventuali obiezioni; nel rispetto della legge, il pubblico ministero presenterà una causa pubblica al cospetto del giudice, elencando tutte le accuse e suggerendo la pena che dovrebbe essere applicata a chi si macchia del reato di abusare, cancellare o contraffare i documenti contenuti nell’archivio; se qualcuno dovesse avere compiuto reati di questo genere, poiché l’archivio sarebbe stato aperto all’interno di un santuario, che si proceda alla sua condanna a morte”. Prendendo spunto da questo testo, estratto da una legge promulgata a Paros, nell’antica Grecia, l’archivista australiana Annelie De Villiers ha dedicato un articolo alle origini degli archivi.

La sua tesi è che la comunità degli archivisti, al pari di altre categorie professionali, quali ad esempio i medici o filosofi, dovrebbe dare maggiore importanza alle radici della propria professione per riuscire a valorizzarla più e meglio, anche agli occhi dell’opinione pubblica. Da ciò il suo breve approfondimento, che colloca appunto nell’antica Grecia, culla della democrazia, l’origine degli archivi. Essi sarebbero nati proprio per dare pieno compimento al funzionamento della democrazia: “gli antichi Greci - scrive l’esperta - riconobbero che la democrazia sarebbe stata impossibile senza trasparenza, e come messo in luce delle loro leggi, la trasparenza venne affermata proprio attraverso l’istituzione degli archivi”.

Andando oltre, i cittadini di Paros definirono anche la seguente procedura di trattamento per ogni singola fonte documentaria:

  • Il documento veniva sottoposto all’attenzione dell’archivio attraverso l’intercessione dei templi di Apollo, Artemide e Latona
  • Per ogni documento la categoria dei “memones” (parola che discende da mnēmē, memoria in antico greco) scriveva un sommario
  • Il documento originale veniva consegnato, assieme al sommario, a un magistrato supremo
  • Al magistrato supremo spettava il compito di verificare la coincidenza di contenuti tra l’originale e il sommario
  • Alla presenza dei magistrati supremi, quelli incaricati di sorvegliare l’archivio nella polis riponevano immediatamente il materiale nella “scatola che si trova nel tempio di Estia”.

Un ulteriore cenno viene infine dedicato alle modalità di recupero e consultazione dei documenti custoditi negli archivi. Era l’ecclesia, termine traducibile in italiano come assemblea pubblica e definito dalla De Villiers la “spina dorsale” delle prime democrazie, ad avere la facoltà di esercitare tali funzioni. L’assemblea era aperta a tutti i cittadini maschi e in alcuni casi, prima di esprimere un voto, poteva stabilire che fosse necessario consultare un particolare documento. “Perché tutti possano vederlo - recita la stessa legge cui si è fatto cenno in apertura - il magistrato incaricato di sorvegliare l’archivio, Sokleides, deve trascriverlo su una stele e collocare quest’ultima nelle prossimità del tempio di Estia; per quanto riguarda i costi necessari alla scrittura del documento sulla stele, saranno coperti col reddito dello stesso Sokleides”.

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pubblicato il 2018/06/16 09:00:00 GMT+2 ultima modifica 2018-06-06T17:55:00+02:00

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