Manoscritti del Sahara, i particolari del salvataggio

Li fornisce un dettagliato resoconto dell’Associated Press. Citandone alcune passaggi su Apogeonline, Lucio Bragagnolo sottolinea la necessità di dedicare più attenzione ai progetti e alle iniziative di conservazione digitale

Il resoconto della Associated Press è firmato dalla giornalista Rukmini Maria Callimachi e si basa sulla testimonianza diretta di Abba Alhadi, custode 72enne dell’Istituto Ahmed Baba, che aveva raccolto e conservava i manoscritti del Sahara. Questi ultimi erano stati dati per distrutti, per fortuna erroneamente, all’indomani della fuga da Timbuktu delle forze islamiche che avevano occupato la città nei mesi precedenti (leggi la news di ParER).

Dalla lettura dell’articolo si apprende che a inizio del 2012 l’Istituto Baba era in procinto di trasferirsi presso una nuova sede, e che per questo motivo il suo staff aveva già portato nei nuovi locali circa 2.000 dei 30.000 manoscritti in sua custodia. Il trasloco era stato però interrotto quando i ribelli jihadisti avevano occupato proprio la nuova sede dell’istituto, trasformandola in un dormitorio, senza rendersi conto del fatto che gran parte del patrimonio storico e documentale dell’istituto Baba era rimasto nella vecchia sede. Per questo motivo, quando hanno abbandonato la città all’arrivo delle truppe francesi, i miliziani hanno bruciato solo i documenti presenti nel nuovo edificio, e neanche tutti come si avrà modo di spiegare in seguito, distruggendo poco più del 5% di quello che viene considerato un vero e proprio patrimonio culturale dell’umanità.

Affidandosi al racconto di Abba Alhadi, la Callimachi precisa però che, se pure vi si fossero recati, i jihadisti non avrebbero trovato traccia dei circa 28.000 manoscritti rimasti nella vecchia sede. Ad agosto infatti, il custode li ha infilati in sacchi vuoti di riso e miglio, e li ha affidati a camionisti e motociclisti perché potessero arrivare in canoa sul fiume Niger fino a Mopti, città sotto il controllo del governo del Mali. Una volta qui, i documenti sono stati caricati in auto fino Bamako, la capitale del Mali, dove sono stati messi in salvo definitivamente.

“Ho passato tutta la mia vita a proteggere quei manoscritti – spiega Alhadi alla giornalista – è stata di fatto la mia ragione di esistenza. Poi sono dovuto venire a patti con l’idea che non ero più in grado di farlo. Vederli partire mi ha addolorato moltissimo, ma mi sono fatto forza pensando che sarebbero arrivati in un posto sicuro”.

Nell’articolo si riporta anche la testimonianza del direttore dell’istituto Baba, Abdoulaye Cisse, ed è dal suo racconto che si apprende la vicenda abbastanza fortunosa che ha permesso di risparmiare anche la gran parte dei 2.000 manoscritti già trasferiti nella nuova sede. Cisse spiega che si era rassegnato alla loro perdita, trovando un po’ di conforto nel fatto che i documenti erano stati precedentemente digitalizzati nell’ambito di un progetto promosso dai governi del Mali e del Sudafrica. Nonostante questo, ammette di avere avvertito un tuffo al cuore alla notizia dell’incendio della biblioteca, e di esservisi precipitato immediatamente col proprio staff, non appena i ribelli hanno abbandonato Timbuktu. È la mattina del 24 gennaio, si legge nella notizia, e mentre gli allarmi della biblioteca sono ancora in funzione, lo spettacolo che li accoglie in cortile è un mucchietto di ceneri fumanti, accanto alle urne vuote nelle quali erano stati riposti alcuni dei manoscritti. Pensando al peggio, Cisse e i suoi colleghi entrano nell'edificio, e qui scoprono che le teche che avrebbero dovuto contenere i documenti nella sala delle esibizioni, così come il laboratorio adibito al loro restauro, sono vuoti. Niente manoscritti, e soprattutto niente ceneri, elemento che induce i bibliotecari ad un timido ottimismo, perché la gran parte dei materiali era stata lasciata da loro in un deposito nel seminterrato. È lì quindi che si precipitano, trovando le porte sbarrate e rinunciando ad aprirle, prestando fede all’allarme del sindaco di Timbuktu che aveva parlato di edifici e zone strategiche della città minati dai jihadisti, nelle ultime ore precedenti la fuga. Per apprendere del destino dei manoscritti occorre perciò attendere il 28 gennaio, data dell’ingresso in città delle truppe francesi, che tornano con Cisse ed il suo staff nella biblioteca, e dopo avere bonificato il campo aprono finalmente i locali del seminterrato.

“Cisse  ha la sensazione che il suo petto stia per esplodere – scrive la Callimachi – le torce spezzano il buio – continua e gettano fasci di luci sui fagottini di pergamene poggiati negli scaffali. Sono esattamente lì dove erano stati lasciati quasi un anno fa, in una stanza che gli islamici non avevano mai scoperto”.

Ed è proprio con le parole di Cissé che si conclude questa storia, per fortuna a lieto fine:

“Abbiamo perso molte delle nostre ricchezze – afferma – ma siamo stati anche in grado di salvarne una grandissima parte. È per questo che sono sopraffatto dalla gioia. Questi manoscritti dicono chi siamo… li ho salvati prima di tutto in nome di Timbuktu, visto che appartengo a questa città. Poi l’ho fatto per il mio Paese. E anche per il resto dell’umanità. Perché la conoscenza appartiene a tutta l’umanità”.

I principali contenuti di questa storia sono stati riassunti su Apogeonline da Lucio Bragagnolo. Terminato il breve resoconto, il suo articolo si chiude con riflessione sull’importanza della conservazione digitale, importanza che pare emergere in maniera chiara ed inequivocabile quando ci capita di ascoltare notizie come quella appena descritta:

“Ora – scrive Bragagnolo – guardo con occhi diversi agli ebook e sono più attento alle notizie sulla digitalizzazione delle opere prodotte prima dell’era digitale. Auspico che la conoscenza sia in salvo dall’imperio di gente capace di bruciare libri, perché riprodotta in migliaia di copie, milioni di server, miliardi di apparecchi con una memoria locale. Chiunque entri in città domani”.

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