La conservazione digitale e l’equilibrio precario tra integrità e modificabilità

Sul blog The Signal, Bill LeFurgy si interroga su cosa si intenda precisamente con il concetto di riproduzione fedele dei contenuti. La riflessione prende spunto da un commento negativo sugli e-book da parte di Nicholas Carr, e da una critica a questa posizione formulata successivamente da Kent Anderson

Il commento dell'esperto di new media Nicholas Carr è stato pubblicato a fine 2011 sul Wall Street Journal. Nell’articolo Carr definisce gli e-book poco affidabili, a causa della facilità con cui possono essere modificati e rimodellati nel tempo.“Una volta digitalizzato – si legge nel commento – un testo perde la propria integrità (…) la pagina di un libro diventa qualcosa di più simile a un pagina web, suscettibile di infinite revisioni dopo la scrittura originaria. Non c’è alcun limite tecnologico all’editing perpetuo e i costi in tal senso sono praticamente nulli. Col passaggio dai libri cartacei a quelli elettronici, sembra che i caratteri mobili siano destinati a essere sostituiti dal testo mobile”.

A inizio 2012 Kent Anderson, firma del blog collettivo The Scholarly Kitchen, ha a sua volta criticato in maniera netta le posizioni di Carr. Nell’articolo Anderson sottolinea i diversi aspetti positivi derivanti dalla possibilità di aggiornare costantemente i testi nei formati elettronici – dall’opportunità di inserire nuove note e riferimenti, a quella di correggere errori o modificare dati cambiati nel corso del tempo – ma va anche oltre, mettendo in discussione l’idea di integrità assoluta associata ai libri cartacei. Il testo fa riferimento ad esempio alle correzioni dei refusi e ad altre modifiche formali che avvengono normalmente nel passaggio dalle edizioni a copertina rigida alle ristampe paperback, ma va anche oltre, citando veri e propri casi di modifiche sostanziali dei contenuti tra le diverse versioni dei volumi. Un romanzo di John Updike, scrive Anderson, fu ad esempio stravolto in maniera sempre più pesante nel corso delle varie ristampe, e passando al presente, in America si ricorda ancora la polemica seguita alla ristampa di un volume firmato dal candidato alle presidenziali americane Mitt Romney, all’epica impegnato nelle primarie di partito. Nella edizione economica il libro era stato privato infatti di alcuni contenuti, potenzialmente imbarazzanti, contenuti nella prima versione, anche se gli stessi – paradossalmente se si considerano le posizioni di Nicholas Carr – erano ricomparsi in una successiva edizione elettronica per lettori Kindle.

“Quindi cosa si intende di preciso per integrità? – si domanda Anderson – ovviamente non è quella dei formati, se si pensa che nella stampa si passa dagli hardcover ai paperback, alle edizioni per ipovedenti fino alle versioni braille e agli audiolibri. Né si può parlare di integrità del testo, come dimostrano i casi relativi alle opere di Updike e Romney(…) Carr ha sicuramente ragione su un aspetto: non è probabilmente il massimo modificare  un testo senza darne conto ai lettori, anche se lo si fa con le migliori intenzioni. Però ci sono anche differenze tra l’aggiornamento di un indice per adattare il testo ad una edizione economica, la correzione di qualche refuso e la modifica sostanziale di concetti e porzioni di testo. Quello che è certo è che il formato a stampa di per sé non garantisce l’integrità del testo, così come che l’avvento del digitale non deve preoccuparci più di prima in relazione a rischi di questo genere. Su Wikipedia ad esempio c’è una gestione davvero efficiente e trasparente dei cambiamenti di testi e contenuti. E così si arriva a concludere che mentre di fatto la rigidità del formato cartaceo rende molto meno evidenti e rintracciabili le eventuali modifiche ai testi, con un adeguato sistema di gestione on line di questi aspetti, i cambiamenti possono essere documentati e presentati in maniera trasparente, oltre che immediatamente visibile”.

Traendo spunto dai due articoli appena citati, Bill LeFurgy, esperto di archiviazione digitale della Library of Congress, ha recentemente riaperto la discussione in materia sul blog The Signal. La riflessione di LeFurgy fa riferimento in particolar modo ai contenuti digitali che necessitano di particolari hardware e software per essere riprodotti, e illustra le due strade principali che si tende a percorre quando è necessario garantirne la conservazione nel lungo periodo. Da un lato i file possono essere convertiti in altri formati, perdendo alcune qualità di partenza e conservandone altre; dall’altro si ricorre all’emulazione, garantendo la riproduzione fedele dei contenuti in ogni loro aspetto, compreso il look and feel, grazie all’utilizzo di macchine virtuali che replicano il funzionamento degli hardware e software originari sulle tecnologie in dotazione e di uso comune al momento della riproduzione.  Ragionando su questi aspetti, LeFurgy sottolinea i vantaggi e gli svantaggi delle due differenti strategie, ma citando anche il commento di un altro esperto americano, Kari Kraus, si interroga soprattutto sul modo in cui potrebbe essere necessario ridefinire i concetti di integrità e modificabilità dei contenuti, alla luce dei cambiamenti tecnologici in atto.

“Mi chiedo se a livello culturale non siamo alle prese con una sorta di ridefinizione dei contetti di integrità e modificabilità. Siamo interessati all’idea di integrità assoluta così come intesa da Carr, oppure siamo pronti ad accettare il fatto che con i media digitali i contenuti sono soggetti a processi di cambiamento graduali e costanti, pur auspicando che questi processi siano il più possibile trasparenti ed espliciti? Kari Kraus, commentando un post pubblicato di recente, ha riconsiderato la stessa questione in maniera differente:

‘[le proprietà rilevanti] sono state concepite per facilitarci nell’adozione di strategie di conservazione digitale che ci permettessero di salvaguardare alcune proprietà a scapito di altre. Se però stabiliamo che tutte le proprietà sono potenzialmente rilevanti per alcuni contesti e alcuni tipi di pubblico, ci troviamo nelle pastoie di una idea di conservazione che non tollera più alcune perdita. E in quel caso cosa possiamo fare?’

Ultimamente – conclude LeFurgy – penso che saranno le convenzioni sociali a stabilire l’esito di questa controversia. Fino ad allora sarà sensato continuare a percorrere tutte le strade che i professionisti della conservazione digitale si trovano aperte davanti”.

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