La conservazione digitale? “Paleontologia dell’era di Internet”

L’interessante metafora è proposta da Amber Case, creatrice del nuovo termine “paleontologia persistente”, interpellata in materia sul blog the Signal dall’esperto Bill Le Furgy

Cosa c’entrano ossa e pietre con la conservazione digitale? E con questa domanda insolita che si apre la riflessione pubblicata on line sul blog tematico della Library of Congress. Le Furgy, esperto di punta del National Digital Information Infrastructure and Preservation (NDIIPP) e tra le firme più attive e vivaci su The Signal, si confronta sull’argomento con Amber Case, che a partire dall’accostamento tra il lavoro dei paleontologi e quello dei conservatori digitali ha coniato il termine  “persistent paleontology” per il dizionario del progetto Cyborg Anthropology. Con questa formula, si legge nell’articolo, si fa riferimento al continuo accumulo di nuovi strati di contenuti negli odierni sistemi di informazione elettronica. “La casella e-mail – spiega la stessa Case – si sta rapidamente trasformando in un deposito di testi per i quali occorre continuamente effettuare ricerche, o, per rimanere in metafora, scavare per recuperarle. E le abilità dei nuovi paleontologi – prosegue – consiste nel trovare quello che si sta cercando, evitando di scavare”.

Per dimostrare ulteriormente la validità della metafora, nel passaggio successivo si legge quanto segue:

“I veri paleontologi si impegnano a classificare gli oggetti che riportano alla luce con informazioni sulla loro provenienza e sulle modalità che hanno portato al loro ritrovo. Se si vuole quindi, si può parlare della creazione di una vera e propria griglia archeologica di metadati. Ugualmente, ricostruire le relazioni tra i vari oggetti digitali è molto importante ai fini della documentazione. In questo modo infatti si rende conto in maniera dettagliata della loro creazione e del loro utilizzo, ricostruendo storie molto più ricche di significati e contenuti rispetto a quelle ottenibili in mancanza di questo lavoro di classificazione. È un po’ lo stesso che accade quando in un sito archeologico si capisce ad esempio che un insieme di fossili permette di risalire ad un letto: di solito questo racconta molto di più di quanto non farebbe la somma dei singoli fossili”.

Rimanendo in tema, nell’articolo si prova a mostrare tra le altre cose come le stesse informazioni digitali tendano a “fossilizzarsi”, divenendo di fatto orme sbiadite di oggetti e contenuti originariamente molto più ricchi di informazioni e significati.

“Pensiamo alle pagine web archiviate – semplifica Amber Case – i motori di ricerca automatici non riescono a ricostruire le architetture soggiacenti a quei siti, così come diventa difficile a posteriori recuperare le funzionalità dei JavaScript e di altri codici dinamici. Spesso inoltre i link esterni sono interrotti e quelli interni possono addirittura mancare, cosa che capita spesso anche con le immagini e altri tipi di contenuti allegati…”.

Amber Case non si limita però a proporre solo affinità tra il lavoro tradizionale dei paleontologi e quello cui sono chiamati i loro colleghi dell’era digitale. Mentre i primi infatti sono di solito abituati a lavorare su pochi reperti, e riescono a ricostruire moltissimo dalla loro interpretazione, nel caso dei paleontologi digitali i problemi tendono a rovesciarsi: come ricostruire percorsi di senso razionali e comprensibili, a fronte di un costante e crescente processo di accumulo dei dati digitali che rischia di far scomparire sul fondo informazioni e contenuti di vitale importanza?

“In ogni caso – si legge nel testo – è interessante chiedersi se la produzione a getto continuo di nuovi contenuti non stia affossando sotto strati e strati di informazioni la nostra capacità di ricordare, reperire e dare un senso ai materiali del passato, compresi quelli prodotti di recente.

Ed è a questo punto che ci si può o abbandonare ad una amara ironia, o, al contrario, vedere le cose con ottimismo. I paleontologi hanno ricavato uno straordinario patrimonio di dati partendo da un pugno di resti dei nostri antenati, quale ad esempio Lucy, un esemplare di Australopithecus afarensis vissuta 3 milioni e passa di anni fa. Ma mentre aspettava di essere scoperta sotto terra per migliaia e migliaoa di anni, Lucy non ha avuto bisogno di metadati, di backup, migrazioni, emulazioni, dell’attenzione di un comunità di addetti ai lavori, o di qualsiasi altro requisito normalmente necessario per la conservazione digitale dei file.

Personalmente – conclude Le Furgy – ripongo molta fiducia nell’ingegno umano. Per questo penso che chi verrà dopo di noi sarà in grado di scavare e recuperare fossili digitali con successo e gusto (in italiano nel testo, ndr)”.

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