Il news archiving nell’era del digital first

Un report statunitense lancia l’allarme: le imprese giornalistiche stanno facendo pochissimo per conservare nel lungo periodo i propri contenuti digitali

Su iniziativa del Tow Center for Digital Journalism at Columbia's Graduate School of Journalism, è stato pubblicato di recente il report “A Public Record at Risk: The Dire State of News Archiving in the Digital Age”, a cura delle ricercatrici statunitensi Sharon Ringel e Angela Woodall. Il report si interroga sullo stato dell’arte della conservazione dei giornali, dei magazine e degli altri prodotti editoriali che rientrano nell’ambito dell’informazione giornalistica nell’era della distribuzione digitale. Di seguito l’executive summary del report, che è possibile leggere nella sua forma integrale online:

"Questa ricerca è dedicata alle pratiche e alle policies in materia di conservazione dei contenuti prodotti dalle testate giornalistiche quotidiane e periodiche, dalle agenzie di stampa e dalle iniziative editoriali “digital-only”, al fine di fare il punto sullo stato dell’arte della conservazione di questa tipologia informazioni nell’era della distribuzione digitale. Tra marzo 2018 e gennaio 2019, abbiamo intervistato 48 professionisti impegnati nel settore giornalistico o della conservazione.

Da questa attività abbiamo constatato che la  la maggior parte delle imprese editoriali non ha ancora ragionato sullo sviluppo di strategie, anche solo basilari, per la conservazione dei propri contenuti digitali; per nessuna di esse, si può affermare che stia archiviando l’intera totalità della propria produzione. Su 21 imprese giornalistiche oggetto della nostra attenzione, 19 non hanno messo in atto la minima procedura per archiviare i propri contenuti online. Per quanto riguarda le rimanenti 2, pur avendo promosso qualche tipo di attività, non si sono assolutamente interrogate su se e come preservare i contenuti per far fronte ai cambiamenti tecnologici del futuro.

Nel frattempo, le persone che abbiamo intervistato hanno spesso ed erroneamente equiparato soluzioni come i backup o gli storage su Google Doc e i sistemi di gestione dei contenuti, alle attività di conservazione digitale. (E non si tratta della stessa cosa; nel primo caso si fa riferimento a copie temporanee per finalità di recupero dei dati nel caso di danneggiamenti o perdite; quando si parla di archiving, si fa invece riferimento alla conservazione nel lungo periodo, finalizzata a far sì che i contenuti possano essere accessibili anche in futuro, quando le tecnologie di produzione e distribuzione saranno diverse da quelle attuali).

Al contrario di ciò, le imprese giornalistiche hanno ceduto le proprie responsabilità pubbliche a organizzazioni terze come l’Internet Archive, Google, Ancestry e ProQuest, che salvano e distribuiscono copie dei contenuti editoriali su server remoti. Di conseguenza, il ciclo delle news dipende sempre più da organizzazioni private che hanno un controllo crescente sui documenti di pubblico interesse. Fatta eccezione per l’Internet Archive, il problema principale è che queste organizzazioni non hanno finalità giornalistiche né archivistiche; anzi, le loro reali finalità potrebbero confliggere con queste ultime.

Mentre sono in via di sviluppo numerose tecnologie di archiviazione dei contenuti giornalistici, sia su iniziativa di individui sia di organizzazioni no profit, vale la pena sottolineare che la conservazione digitale è solo in seconda o terza battuta una sfida di tipo tecnologico. Per prima cosa, si tratta del risultato di scelte precise, oltre a essere una priorità strategica. Ogni processo di archiviazione comincia sempre e comunque con la volontà di conservare dei contenuti. Le imprese giornalistiche devono prenderne coscienza.

I risultati di questo studio dovrebbero suonare come un campanello d’allarme per un’industria abituata ad affermare che le democrazie non possono essere sostenute in mancanza di un giornalismo che fondi la propria legittimità sulla capacità di agire come cane da guardia veritiero ed affidabile. In un’epoca che vede il giornalismo già sotto attacco, la gestione dei suoi contenuti in una prospettiva di lungo periodo diventa più importante che mai.

Il rischio di non conservare i contenuti giornalistici è ancora più grande per le fonti informative locali, indipendenti e alternative, e da ciò potrebbe conseguire un impoverimento del racconto storico di domani, troppo appiattito sulle versioni pubbliche dominanti, in mancanza di voci e visioni critiche. Come dimostrato dall’improvvisa scomparsa del sito Gawker nel 2016, in mancanza di attività di conservazione adeguate, i contenuti possono essere confiscati e andare persi in un istante.

Principali risultati:

  • La maggior parte delle imprese giornalistiche coinvolte in questa ricerca (19 su 21) non dispone di policy “ufficiali” per la conservazione dei propri contenuti, né anche solo di attività informali e ad hoc a riguardo.
  • Oltre a non conservare i contenuti pubblicati sui propri siti, nessuna delle imprese giornalistiche provvede ad archiviare quanto pubblicato sui social media. Solo una sta predisponendo delle azioni per affrontare il problema di come conservare le notizie a carattere interattivo e dinamico.
  • Se possibile, le testate presenti solo ed esclusivamente sui media digitali sono ancora meno sensibilizzate rispetto a quelle tradizionali sull’importanza della conservazione. Il fatto che si tenda quasi sempre a confondere i back up su piattaforme terze con l’archiviazione dei dati è la principale evidenza di quanto poco si sia fatto sul versante della conservazione.
  • Quando abbiamo chiesto ai nostri intervistati i motivi per cui le loro organizzazioni non svolgono attività di questo tipo, la loro risposta, più volte ripetuta, è che chi si occupa di giornalismo è focalizzato su “cosa faccia notizia e stia avvenendo in questo momento”. I giornalisti e le loro organizzazioni sono molto più interessati a conservare la documentazione necessaria alla scrittura accurata dei loro lavori, piuttosto che conservare quello che infine viene pubblicato.
  • Il risultato è che le piattaforme e i fornitori di servizi che sempre più immagazzinano i contenuti giornalistici sui propri server proprietari, sono in controllo degli elementi fondamentali per una conservazione a 360°, senza avere però alcun incentivo di tipo giornalistico per agire in tal senso.
  • Molti giornalistici citano spesso l’Internet Archive, biblioteca digitale che conserva un’enorme quantità di contenuti web, come soggetto affidabile per la conservazione dei loro contenuti, senza considerare però che il web archiving ha dei limiti tecnologici e permette di conservare solo parte di quanto pubblicato online.
  • In particolare sono le app giornalistiche e i servizi a carattere interattivo quelli a maggiore rischio di perdita, perché spesso tali tecnologie vengono sviluppate e diventano obsolete prima che qualcuno si ponga il problema di conservare i loro contenuti. I programmatori delle imprese giornalistiche e gli strumenti di web archiving basati sull’emulazione potrebbero essere delle valide soluzioni per salvaguardare questo tipo di contenuti e altre risorse in pericolo.
  • Esistono altri progetti di conservazione, promossi sia da individui sia da associazioni no profit, che i manager delle imprese giornalistiche potrebbero prendere in considerazione per apprendere o ottenere servizi. Tra questi, PastPages a cura di Ben Welsh, NewsGrabber dell’Archive Team, e Archive-It dell’Internet Archive. Stando ai desiderata delle imprese giornalistiche, per essere realmente efficace un processo di conservazione digitale deve essere semplice, sia dal punto di vista dell’implementazione, sia per quanto riguarda il workflow.
  • Le collaborazioni tra archivisti, informatici, istituzioni della conservazione e imprese giornalistiche saranno fondamentali per far emergere best practice e policy che permettano in futuro di accedere ai contenuti giornalistici digitali. Tutte le collaborazioni di questo tipo dovrebbero cominciare rispondendo alle due seguenti domande: cosa dovrebbe essere conservato? E chi dovrebbe conservarlo?
  • La creazione di archivi digitali solidi e consistenti richiede di fare i conti con domande molto complesse, come ad esempio la frequenza di cattura di una home page in costante aggiornamento, la necessità o meno di conservare i contenuti personali e le newsletter, e cosa fare con i commenti dei lettori e i post sui social.
  • Un cambiamento duraturo non può prescindere dall’individuazione di opinion leader del settore che rendano ben comprensibile l’importanza della conservazione ai propri colleghi e ancor più ai manager delle imprese giornalistiche, in definitiva il soggetto fondamentale da convincere per fare in modo che la conservazione digitale sia considerata un’attività vantaggiosa e compatibile con le altre priorità strategiche.

Leggi il report “Public Record at Risk: The Dire State of News Archiving in the Digital Age” online

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