Il movimento Occupy e le sfide della “conservazione 2.0”

Il collettivo Activist Archivists è stato creato presso la New York University nello scorso ottobre, con lo scopo di preservare nel lungo periodo la grande quantità di contenuti digitali prodotti dagli attivisti di Occupy Wall Street. Il blog sulla conservazione digitale della Library of Congress ha intervistato uno dei suoi promotori, il professor Howard Besser

Activist ArchivistsBesser è il direttore del Moving Image Archive and Preservation Program dell’ateneo newyorchese e spiega al blog della Library of Congress che ha deciso di fondare il collettivo Activist Archivists con alcuni studenti e ricercatoriper provare ad elaborare una strategia di conservazione a lungo termine della sterminata produzione digitale legata al movimento Occupy. Si tratta di milioni tra tweet, foto, video, testi e altri tipi di contenuti che hanno un notevole valore storico e documentario ma che, afferma il professore, senza un piano razionale per la loro raccolta e catalogazione rischiano di andare dispersi.

Partendo da questa constatazione, Activist Archivists ha promosso una vera e propria evangelizzazione sull’importanza della conservazione nel lungo periodo. Il primo passo è consistito nella distribuzione di cartoline ai manifestanti di Occupy, con l’invito a considerare le foto, i video e gli altri materiali digitali prodotti durante le iniziative di protesta come testimonianze da tramandare nel futuro. Quindi, a distanza di poco, sono stati organizzati dei corsi dedicati alle pratiche della conservazione digitale, attraverso i quali si è cercato di diffondere nozioni e concetti basilari. Tra questi, ad esempio, l’importanza di salvare e diffondere i contenuti con licenza Creative Commons, per permetterne il libero riuso da parte dei potenziali interessati, a cominciare dagli stessi archivisti.

Besser non nasconde le difficoltà del progetto, non ultima la diffidenza degli attivisti a fornire tutti i materiali ad un archivio specifico, e  sottolinea con forza l'indispensabilità dei metadati per garantire la conservazione nel lungo periodo di materiali e contenuti prodotti da grosse comunità di individui. Anche in questo caso però, si è dovuto pensare a soluzioni ad hoc per far fronte ad una produzione collettiva inevitabilmente dispersiva e per certi versi anarchica. “I manifestanti di Occupy tendevano a confondere i metadati con i tag”, argomenta Besser, spiegando che per far fronte a questa effervescenza il collettivo ha creato anche un applicazione smartphone gratuita, che attribuisce in automatico ai video e alle foto degli attivisti informazioni basilari come il posizionamento geografico e la data. Su questi aspetti, il coordinatore di Activist Archivists insiste in particolar modo sostenendo che solo se si riuscirà ad attribuire dei metadati in maniera automatica, e già nelle fasi di produzione dei contenuti, si potrà garantire la conservazione nel lungo periodo delle fonti e dei materiali digitali frutto del crowdsourcing.

“Gli archivi e le biblioteche non riusciranno a gestire in altro modo questi contenuti, perché non ci saranno risorse a sufficienza per catalogare o aggiungere metadati a posteriori sui materiali prodotti da migliaia di persone. I risultati di progetti come il nostro saranno molto utili nel prossimo futuro, quando sempre più spesso le istituzioni deputate alla conservazione della memoria riceveranno grosse quantità di contenuti generati dagli utenti e non avranno né il tempo né la disponibilità economica per processarli e catalogarli in autonomia”.

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pubblicato il 2012/10/05 15:50:00 GMT+2 ultima modifica 2012-10-10T19:32:00+02:00

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