Il futuro del giornalismo? È anche nel suo passato

Gli archivi digitali di giornali, radio e tv possono essere fonte di profitto e vanno perciò valorizzati, anche a livello tecnologico, per essere più accessibili e fruibili. Questo il senso di un progetto promosso dalla Università del Missouri presentato di recente su The Signal

Se è vero che le notizie sono una primissima versione in bozza di quella che sarà la storia – affermazione attribuita ad un celebre editor del Washington Post – allora chi si occupa di giornalismo non può più ignorare la conservazione digitale. Anche perché – viene da aggiungere – il futuro della professione potrebbe dipendere anche da quanto stipato nei propri archivi. È questo il senso della lunga intervista a Edward McCain – professionista tuttofare che tra le altre cose si occupa o si è occupato di giornalismo, fotografia, sviluppo di software, scienze bibliotecarie e management aziendale – pubblicata qualche mese fa su The Signal, il blog della Library of Congress dedicato alle tematiche della memoria digitale.

Spunto per la conversazione con Mike Ashenfelder – a sua volta esperto di conservazione digitale in forza alla biblioteca – un progetto per l’archiviazione digitale delle news portato avanti dal Reynolds Journalism Institute (RJI), think thank sul futuro del giornalismo che lavora a stretto contatto con l’Università del Missouri, e in particolar modo con la sua scuola di giornalismo. McCain è al momento responsabile della conservazione digitale dei contenuti giornalistici proprio presso l’RJI e le Biblioteche dell’Università del Missouri, e ammette fin da subito che il suo progetto è ancora in fase embrionale. Prima di passare a descriverlo però, svela un aneddoto sulla sua nascita, l’ennesima conferma – verrebbe da commentare – di come alla base di molte epifanie in materia di conservazione digitale ci siano traumi legati alla perdita accidentale di contenuti. Nel caso specifico, un archivio contenente 15 anni di edizioni quotidiane di una testata edita dalla stessa scuola di giornalismo dell’Università del Missouri. Migliaia di testi e foto, spiega l’intervistato, finiti nel nulla a causa del crash di un server, ma anche e soprattutto di un software obsoleto che ha reso di fatto insostenibile qualsiasi tentativo di recupero.

È a partire da quel doloroso momento che McCain ha cominciato a interrogarsi sul come operare per conservare al meglio i contenuti digitali prodotti in ambito giornalistico, ma se fin qui siamo nel solco di una storia tutto sommato comune per chi frequenta questo sito, è il modo in cui sono state poste le domande, e si è cominciato a dare alcune risposte, che la rende particolarmente interessante. Forte delle molteplici esperienze professionali, McCain è infatti partito dalla constatazione che gli archivi dei giornali sono di fondamentale importanza non solo per chi si occupa di storia e ricerche sul passato per semplice diletto o passione, ma anche per gli stessi professionisti della stampa. Senza gli archivi – tra gli addetti ai lavori macabramente definiti “morgue” – diventa infatti estremamente complicato e costoso quel lavoro di scavo e contestualizzazione necessario alla produzione di nuove notizie e contenuti in vario modo dipendenti da quanto accaduto in passato. Si tratti di un processo giudiziario o della ricostruzione delle precedenti dichiarazioni un candidato politico, è evidente che senza memoria, e in particolar modo senza una memoria facilmente accessibile, diventa difficile raccontare anche il presente. Questa l’intuizione che ha spinto McCain e i suoi collaboratori  a mettersi al lavoro per provare a realizzare una piattaforma e dei servizi digitali da fornire ai media locali, a partire dalle tre testate operanti nella loro realtà geografica. L’idea di fondo è di favorire una integrazione immediata tra la routine redazionale e l’archiviazione digitale dei contenuti, basata su software e soluzioni open source, anche per tenere il più possibile bassi i costi, e soprattutto in grado di generare valore economico per gli attori che sceglieranno di adottarla.

Se non ci sono ritorni evidenti, sostiene l’intervistato, la conservazione continuerà infatti a essere considerata come una perdita di tempo, ed è allora anche e soprattutto sugli aspetti di business che occorre puntare per renderla più appetibile e praticata al di fuori delle cerchie professionali strettamente legate all’argomento. E visto che la stampa, specie quella locale, è alla disperata ricerca di opportunità di profitto già da tempo, ecco che il cerchio potrebbe chiudersi provando a fare massimamente tesoro di quanto custodito negli archivi giornalistici. Lì si trovano contenuti che possono fare gola a molti, spiega McCain, dagli stessi cronisti, a chiunque altro possa avere bisogno di informazioni relative al passato per gli scopi del proprio presente. E allora compito di chi, come lui, si occupa di conservazione e valorizzazione dei contenuti giornalistici, è pensare a tecnologie semplici ed economiche per gli addetti ai lavori, quali ad esempio server in condivisione per più attori dell’informazione, ma anche di gettare ponti con altri settori e discipline, a cominciare da quelle tradizionalmente vocate alla tutela dei patrimoni culturali.

Aspetti sui quali all’RJI  è effettivamente al lavoro, come dimostrano i rapporti stretti di recente con la Missouri Press Association e la State Historical Society of Missouri, anche grazie ad alcune iniziative pubbliche a fortissima vocazione interdisciplinare, promosse negli ultimi anni. Primo e più importante, il Newspaper Archive Summit, tenutosi per la prima volta nel 2011 alla presenza di editori, conservatori digitali, bibliotecari e imprenditori, e nuovamente in svolgimento proprio in questi giorni, con l’intento dichiarato di dedicare sempre più attenzioni alle possibilità di fare profitti puntando sugli archivi. Quanto ai risultati, si rimanda al sito del Reynolds Journalism Institute per gli ultimissimi aggiornamenti in materia.

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