I floppy disk, croce e delizia degli archivisti digitali

Il tema è oggetto di una riflessione di Bill LeFurgy sul blog dedicato alle tematiche della conservazione digitale della Library of Congress. La tecnologia floppy è morta da un pezzo, spiega l’esperto, ma lunga vita ai singoli dischi che potrebbero contenere materiali di estrema rilevanza, e massimo sforzo per lo sviluppo delle digital forensics, attività fondamentale per il recupero dei dati

“I floppy sono sia una croce sia una delizia per chi lavora nel campo della conservazione digitale”, afferma Bill LeFurgy dando il là alla riflessione pubblicata sul blog “The Signal. Digital Preservation”. Per quanto riguarda il secondo aspetto, basa considerare quanti dettagli sul passato possono essere contenuti in queste memorie, specie per quanto riguarda le produzioni digitali precedenti all’era di Internet. Nei floppy possiamo davvero trovare di tutto, da opere letterarie inedite a data set finora sconosciuti, fino a informazioni di fondamentale valore storico, anche solo a livello familiare. “In pratica si può sostenere senza particolari problemi – scrive LeFurgy – che i contenuti di ogni singolo floppy sono unici e non possono essere recuperati altrimenti”.

Passando alle note dolenti, l’autore riassume il proprio ragionamento spiegando che i floppy disk non sono stati pensati, né tantomeno costruiti, per durare nel tempo. Le Furgy cita ad esempio uno studio dei Florida Division of Library and Information Services, nel quale si evidenzia che il caldo e l’umidità mettono sistematicamente a rischio il funzionamento di questi supporti, sciogliendo la colla utilizzata per fissare le parti magnetiche ai dischi. I floppy sono insomma congenitamente fragili, e questo complica non di molto il lavoro di recupero dei loro dati, già di per sé spesso proibitivo a causa della mancanza di qualsiasi informazioni di contesto su oggetti che in alcuni casi, si legge nell’articolo, “sono meno parlanti di una manciata di rocce”. L’autore del post aggiunge anche che per estrarre dati e informazioni dai floppy occorrono nella maggior parte dei casi hardware e software ormai fuori commercio, e che se non se ne dispone, l’ultima spiaggia può essere la battuta di mercatini del vintage e l’acquisto di pezzi hardware sul funzionamento dei quali non c’è nessuna certezza di funzionamento.

Pur in considerazione di tutti questi ostacoli e problemi, l’autore ribadisce in chiusura l’importanza fondamentale che può derivare dall’estrazione di dati e informazioni dai floppy, e cita alcune esperienze di successo nel campo, facendo riferimento in particolare a quelle in cui si è cercato di fornire indicazioni e consigli a chi dovesse trovarsi alle prese con problemi analoghi. La biblioteca dell’Università di Chicago, ad esempio, ha realizzato una pubblicazione relativa alle azioni messe in campo per recuperare il materiale contenuto in circa un migliaio di floppy, e un progetto analogo è stato documentato dagli Archivi neozelandesi e dall’Università di Friburgo, chiamati al recupero di dati da dischi risalenti ai primi anni ’90, appartenenti a una pubblica amministrazione. Rimanendo in tema, Le Furgy cita anche il progetto Bitcurator, promosso per sviluppare nuove metodologie di digital forensics a supporto del lavoro di archivisti, bibliotecari e altri professionisti della conservazione.

“Musei, archivi e biblioteche dovranno lavorare ancora per molto tempo nel tentativo di recuperare dati e contenuti dai floppy che già posseggono e da quelli che riceveranno in futuro – conclude l’autore – e se è innegabile che la tecnologia floppy sia morta e sepolta da un pezzo, non possiamo che continuare a sperare nel mantenimento in vita di ogni singolo disco e dei suoi preziosi contenuti”.

Leggi l’articolo sul blog “The Signal. Digital Preservation”

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pubblicato il 2012/11/08 22:55:00 GMT+2 ultima modifica 2012-11-13T16:09:00+02:00

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