Geografie e storytelling: digitalizzata la collezione di mappe del National Geographic

Oltre 6.000 gli esemplari realizzati dalla rivista, in 130 anni di storia, per descrivere i più svariati fenomeni. Gli abbonati potranno consultarli nell’archivio digitale del magazine che dedicherà anche speciali e approfondimenti a quelli di maggiore interesse

Dall’11 al 14 marzo del 1888 la East Coast degli Stati Uniti fu colpita da una tempesta dall’impatto talmente devastante da divenire leggendaria. Il Grande Uragano Bianco, noto anche come Grande Tempesta dell’88, paralizzò la fascia costiera dalla Chesapeake Bay, a sud di Washington DC, fino alle regioni atlantiche del Canada. Dai 15 ai 150 centimetri di neve caddero sul New Jersey, New York, il Massachusetts, il Rhode Island e il Connecticut, ma a causa delle raffiche vento, che arrivarono a superare i 70 kilometri orari, in alcune zone si crearono cumuli di neve la cui altezza superava i 15 metri. I collegamenti ferroviari furono quasi totalmente interrotti e lo stesso destino capitò alle linee telegrafiche. A causa di ciò, anche i servizi di emergenza e ripristino delle condizioni abituali furono seriamente compromessi, con il risultato che, per un’intera settimana, praticamente tutta la popolazione di questa immensa area geografica fu costretta a rimanere in casa.

Per raccontare con dovizia di particolari gli effetti di questa tempesta leggendaria, il magazine National Geographic, nato proprio nello stesso anno, realizzò diverse mappe geografiche dedicate a svariati aspetti, dalle temperature, alla pressione atmosferica, al modo in cui i venti continuarono a flagellare la costa anche nei giorni successivi al picco della tempesta. Quelle mappe furono le prime di una lunghissima serie che ad oggi conta oltre 6.000 esemplari: strumenti che la rivista ha ritenuto indispensabili e che, tramite soluzioni spesso estremamente originali e innovative, hanno permesso di raccontare i più svariati e complessi fenomeni geografici con una capacità descrittiva e un impatto altrimenti irraggiungibili.

A 130 anni dalla realizzazione di quelle prime storiche mappe, il National Geographic ha annunciato di avere digitalizzato la propria collezione di mappe cartografiche nella sua interezza. Le mappe non saranno liberamente accessibili, ma gli abbonati alla rivista potranno consultarle accedendo all’archivio digitale che contiene tutti i numeri arretrati del magazine. In più e inoltre, quelle di maggiore interesse saranno oggetto di appositi approfondimenti nelle prossime uscite editoriali della rivista, sul suo sito e sui principali canali social: Facebook, Twitter e Instagram.

Un primissimo assaggio della varietà di esemplari, e relative storie, prodotti nel corso dei decenni dalla divisione mappe del National Geographic viene offerto dallo stesso articolo che presenta la novità. Tra le vere e proprie gemme, oltre alle già citate mappa sulla “tempesta perfetta” del 1888, una riproduzione aerea del Cremlino realizzata in piena Guerra Fredda, senza la possibilità di disporre di foto dall’alto perché all’epoca proibite, eppure nonostante ciò estremamente fedele e ricca di dettagli, o la storica carta con la quale la rivista celebrò il bicentenario degli Stati Uniti nel 1976. Composta da 569 immagini satellitari, permise di tracciare per la prima volta quello che venne definito come un vero e proprio ritratto fotografico della nazione, anche se l’effetto può far pensare per alcuni versi ancor più ad una radiografia.

“La cartografia ha l’obiettivo di catturare l’immaginazione dei lettori per trasmettere loro un senso dello spazio e dare loro un’idea del look and feel di un luogo”, ha affermato Martin Gamache, direttore della sezione cartografica al National Geographic. “Penso che quando le mappe sono veramente riuscite - ha aggiunto - riescono a creare una specie di particolare risonanza con le persone, una connessione del tutto differente rispetto a quanto avviene con i testi o le foto, perché chiamano in causa porzioni differenti della nostra mente”.

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