Dai floppy all’archivio musicale, nuova vita per le opere di un compositore americano

Come cambia il lavoro di archivisti e curatori quando le opere nascono in digitale e spesso rischiano di scomparire a causa dell’obsolescenza di software e supporti? Alla domanda prova a rispondere il blog sulla conservazione digitale della Library of Congress, facendo luce su un progetto della New York Public Library che ha permesso di recuperare importanti materiali musicali appartenuti ad un artista scomparso a soli 35 anni

foto tratta dal profilo Flickr di Robert A. Coles, rilasciata con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0) L’artista in questione era Jonathan Larson, autore del musical di successo RENT, morto improvvisamente poco prima del debutto dello stesso spettacolo a Broadway. Suoi i materiali, salvati su una trentina di floppy, che sono stati recuperati e finalmente messi a disposizione di tutti gli interessati da parte della New York Public Library, grazie al lavoro congiunto di Mark Horowitz, esperto di musica e curatore tra le altre cose proprio della collezione dedicata a Larson, e Doug Reside, curatore digitale dei contenuti della biblioteca newyorchese.

È proprio intervistando loro che il blog sulla conservazione digitale della Library of Congress prova a far luce sulla qualità dei materiali recuperati grazie a questo importante lavoro di squadra, ma anche e soprattutto, per chi si occupa di archivistica, sulle opportunità, i rischi e le difficoltà che si accompagnano nel momento in cui non si lavora più su fonti e documenti fisici, quanto piuttosto su materiali creati, modificati e salvati in digitale.

Nell’articolo firmato dalla giornalista Susan Manus si legge che il progetto di digital forensics ha permesso di recuperare le prime bozze di RENT, alcuni file musicali, e parte della corrispondenza dell’artista con gli agenti e gli amici. Tutto il materiale era stato creato e salvato con software ormai in disuso e fuori mercato, e il lavoro di Doug Reside ha permesso non solo di recuperare le versioni finali dei file salvati sui floppy, ma anche le copie temporanee man mano modificate dall’artista. In questo modo quindi, non solo si è potuto entrare in possesso di materiali definitivi che si riteneva fossero andati persi, ma in alcuni casi si è potuto ricostruire anche l’intero percorso creativo che ha portato alla loro produzione.

Un’operazione, si legge sul blog, dalla duplice, fondamentale importanza, perché se da un lato ha permesso di far luce sul lavoro di uno degli autori più validi e dotati della sua generazione, dall’altro ha fatto da apripista a un filone di attività che a detta dei curatori della biblioteca newyorchese acquisirà sempre più rilevanza da qui ai prossimi anni. Nel momento in cui infatti la quasi totalità della produzione culturale e artistica nasce e si evolve ormai in digitale, lo stesso lavoro degli operatori della conservazione comincia a cambiare in modo radicale, ed è proprio a questi i cambiamenti che viene dedicata l’ultima parte dell’intervista.

 

Susan: avete altro da dire sulle sfide che si accompagnano alla necessità di avere a che fare con materiali digitali nelle collezioni archivistiche?

Mark: stiamo entrando in un nuovo mondo tanto eccitante quanto spaventoso, e occorre considerare anche il fatto che questo mondo cambia molto velocemente. Per fare un esempio, i supporti fisici come i dischi cominciano già ad essere obsoleti, e sempre più materiali vengono salvati tramite il cloud. Per questo motivo, abbiamo ben presente che in futuro potremmo rischiare di perdere i materiali più interessanti. La corrispondenza ad esempio è stata in passato uno degli elementi più significativi per le collezioni, ma oggi chi scrive più lettere? E chi salva le proprie e-mail? Da questo punto di vista stiamo provando a piantare qualche seme, chiedendo agli artisti di prendere in considerazione l’importanza di salvare la propria corrispondenza, ma si tratta di questioni che si portano dietro diverse implicazioni, a cominciare dalla privacy, per proseguire con lo spazio hardware di cui è necessario disporre per salvare così tanti materiali. Se poi consideriamo che la maggior parte delle nostre collezioni è frutto di donazioni o lasciti di beni, bisogna capire come potremo un domani accedere alle e-mail e alla corrispondenza degli artisti dopo la loro scomparsa.

Infine, anche le bozze e i manoscritti musicali stanno diventando reperti del passato. I compositori più giovani ormai lavorano su programmi come Finale e Sibelius e quello che viene restituito alla fine da questi software è ben diverso dei classici fogli di carta con i quali eravamo abituati  a fare i conti. Ad esempio, e si tratta di una cosa molto triste, con il digitale perdiamo traccia del percorso di costruzione di un’opera, fatto di errori, aggiunte e ripensamenti, che invece restava tracciato su carta attraverso tutta una serie di segni, cancellature e annotazioni.

Le sfide che abbiamo davanti sono davvero enormi. Alcuni file che abbiamo trovato sui dischi di Larson potevano essere riprodotti con software ormai obsoleti da decenni; si tratta perciò di file ormai inutlizzabili, e tra questi alcuni erano tracce audio che avrebbero dovuto essere integrate con altri suoni, servendosi delle tastiere elettroniche. Insomma, ci sono molti aspetti frustranti, ma di sicuro ce ne sono anche altri davvero molto eccitanti”.

Leggi l’intervista integrale sul blog dedicato alla conservazione digitale della Library of Congress

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pubblicato il 2012/09/03 11:25:00 GMT+2 ultima modifica 2012-09-03T13:29:00+02:00

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