Conservare i suoni? “Un affare anche per le major”

Dando notizia del piano per la conservazione del patrimonio sonoro degli Stati Uniti, un articolo della National Public Radio spiega che permettere la copia dei materiali protetti da copyright potrebbe convenire anche a chi detiene i diritti

Come riportato anche sul sito di ParER, la Library of Congress ha annunciato di recente il lancio di un programma per la salvaguardia e la conservazione a lungo termine di varie tipologie di materiali audio prodotti e registrati nel corso degli ultimi 125 anni, tra cui trasmissioni radiofoniche, brani e concerti musicali, interviste, discorsi storici, field recordings, spettacoli teatrali e reading. Dandone notizia con un articolo firmato da Tom Cole, il sito della National Public Radio statunitense (NPR) elenca i principali fattori che mettono a rischio la sopravvivenza di questo tipo di contenuti, dalla obsolescenza dei formati e dei supporti, ai problemi relativi all’utilizzo dei materiali protetti da copyright. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, l’approfondimento fa riferimento ai rigidi vincoli imposti dalla normativa attuale, affidandosi tra le altre cose anche al commento di esperti in materia.

“Al di là delle considerazioni tecniche – si legge nel passaggio che introduce questo tema – rimane un ostacolo molto più grande: l’accesso. ‘Il motivo per cui abbiamo perso così tanti materiali risalenti ai primissimi anni della registrazione meccanica non dipende dal fatto che le registrazioni siano andate perse, ma da un legislazione fortemente sbilanciata nei confronti del copyright, tale da bloccare di fatto la circolazione dei materiali e renderli così inutilizzabili’, afferma Tim Brook, presidente della Association for Recorded Sound Collections e autore di Lost Sounds, volume dedicato ai primi artisti di colore che hanno inciso lavori musicali. La conservazione di un quadro o di una scultura richiedono oggi per lo più la loro pulizia e il loro restauro, mentre in buona sostanza per conservare dei materiali audio occorre fare una copia digitale della registrazione originale. Ma le attuali norme federali sul copyright impediscono di copiare i materiali per così tanto tempo che quando alla fine diventa possibile, quegli stessi materiali hanno già cominciato a deteriorarsi.

‘La normativa vigente è così rigida che è letteralmente impossibile, a livello legale, copiare in digitale una registrazione analogica se non si dispone di permessi che è davvero molto difficile ottenere’, prosegue Brooks. E ci sono due motivi per cui è così difficile: è ormai impossibile risalire ai detentori dei diritti di queste registrazioni; oppure essi sono nelle mani delle multinazionali che hanno acquisito nel tempo le case discografiche e non hanno alcun interesse alla realizzazione di attività che non generano profitti”.

In riferimento a quest’ultimo aspetto, l’articolo riporta il parere di Peter Martland, professore all'Università di Cambridge e autore di due libri sull'industria discografica britannica, che sembrerebbe smentire l’idea secondo la quale la cessione dei diritti equivalga sempre e comunque a una perdita economica. Martland parla anche in virtù della propria esperienza di ricerca quasi decennale negli archivi della EMI Records, e cita tra le altre cose una esperienza che ha coinvolto di recente la Sony, e parrebbe appunto dimostrare come in alcuni casi, rimettere in circolo materiali semi-sconosciuti potrebbe essere un’operazione vincente per tutte le parti in causa.

“‘Se siamo al cospetto di materiali che possono avere ancora un appeal commerciale – afferma Martland – non importa quanto siano vecchi (e alcuni di questi materiali risalgono al 1906) e se i detentori dei diritti decidono di digitalizzarli, questo passaggio li rende di sicuro maggiormente sfruttabili in futuro’.

E non si parla di sfruttamento solo da parte delle case discografiche, ma anche da parte dei fan e degli archivisti, per i quali l’aspetto cruciale legato alle pratiche di conservazione resta sempre e comunque quello di tramandarle nel tempo e permetterne l’ascolto anche in futuro. Apparentemente, la Sony ha concretizzato questo potenziale quando ha deciso di fornire alcune delle sue primissime registrazioni alla Library of Congress, affinché quest’ultima le rendesse liberamente disponibili in streaming attraverso il sito del Library's National Jukebox. Grazie a questa mossa la Sony riesce ora a tenere traccia dei brani più ascoltati e questo le permette di stabilire con maggiore cognizione di causa cosa convenga ristampare e rimettere in commercio.

E questa è anche una delle raccomandazioni espresse nel National Recording Preservation Plan: le collaborazioni e gli accordi tra pubblico e privato possono garantire ritorni positivi per i detentori dei diritti, gli archivisti e il pubblico in generale”.

L’articolo integrale sul sito della NPR

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