Cloud computing vs. Sandy, chi ha vinto?

Considerato che il 90% dei data center colpiti dalla violenza dell’uragano non ha subito danni, si può affermare che il modello cloud abbia complessivamente retto all’urto di un test potenzialmente devastante. A sostenerlo sul blog Memoria Digitale è Simone Vettore, con una riflessione che evidenzia anche le principali lesson learned che occorrerebbe trarre dalla vicenda

L’articolo, intitolato “Gli archivi sulla nuvola alla prova dell’uragano Sandy”, traccia una sorta di bilancio sull’emergenza appena passata, facendo riferimento alla cronaca in tempo reale relativa ai danni alle strutture IT offerta dai siti e blog nordamericani, e ai successivi commenti in materia apparsi sulle stesse testate on line. Vettore spiega che in America non c’è al momento unanimità di giudizio sul modo in cui i data center e le infrastrutture cloud hanno retto alla prova dell’uragano. È vero, scrive, che solo il 10% dei sistemi, tra cui quelli di brand celebri come Gawker, Huffington Post e Datagram Inc, sono stati colpiti. Ma lo è altrettanto che se si fa il conto totale dei danni, si scopre che “è come se l’intera Austria si fosse bloccata, il che non è esattamente una cosa da niente!”.

Proseguendo nella riflessione, l’autore spiega che gli allagamenti sono stati la prima e più grave causa all’origine dei guasti, e si domanda se e quanto in molti casi i data center fossero posizionati in locali non sufficientemente idonei, quali ad esempio scantinati o comunque strutture difficilmente difendibili dalla furia dell’acqua. Gi allagamenti hanno spesso impedito anche il funzionamento di quei generatori ausiliari che sarebbero dovuti entrare in funzione una volta andata via la corrente, prosegue l’articolo, e anche dove i generatori sono stati azionati, la loro limitata autonomia ha imposto una vera propria caccia alle taniche di carburante necessarie per garantirne il funzionamento.

Vettore evidenzia anche come la scelta di collocare gran parte dei centri secondari di back-up dei servizi tecnologici newyorchesi nel vicino New Jersey, a sua volta investito dalla furia Sandy, non abbia pagato. La relativa vicinanza geografica avrà le sue buone ragioni dal punto di vista economico, si legge nell’articolo, ma la portata dell’uragano ne ha palesemente evidenziato i limiti dal punto di vista della sicurezza.

Concludendo il ragionamento, Vettore esprime comunque un giudizio positivo sulla capacità di resistenza complessiva mostrata dai data center, ed elenca i principali insegnamenti che a suo avviso è opportuno trarre da questa vicenda a suo modo paradigmatica.

“Mi sembra si possa tranquillamente affermare – si legge in proposito – che complessivamente il ‘modello cloud computing’ abbia retto all’urto e che anzi esso, se sarà capace di metabolizzare le lessons learned ovvero:

  1. porre serbatoi, generatori e sale macchine in zone al riparo dagli allagamenti,
  2. costruire i centri secondari di ripristino a debita distanza dal primario, sacrificando magari qualche frazione di secondo in fatto di tempi di latenza, esso potrà, almeno dal punto di vista tecnologico, divenire davvero un modello altamente affidabile tale da assicurare un elevato grado di sopravvivenza ai nostri archivi digitali sulla nuvola.

Certo – prosegue l’autore – resta il problema di fondo della dipendenza assoluta dall’energia elettrica, ma questo è un limite generale della nostra società e personalmente non vedo soluzioni soddisfacenti all’orizzonte (la diversificazione, magari puntando sulle rinnovabili, al momento non è che un palliativo) e pertanto lo lascerei fuori dal dibattito fin qui fatto”.

Leggi l’articolo integrale sul blog Memoria Digitale

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