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Legittimo il licenziamento del dipendente per la copia non autorizzata di dati aziendali

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, specificando che la mancanza di password o altri meccanismi di protezione dei dati non è un’attenuante per il comportamento. Su Altalex un articolo di Manuela Rinaldi e Fabrizio Felli illustra i contenuti della sentenza
Legittimo il licenziamento del dipendente per la copia non autorizzata di dati aziendali

Pen Drive - foto di portal gda (flic.kr/p/P9vmxw - CC BY-NC-SA 2.0)

Con la sentenza n° 25147, depositata lo scorso 24 ottobre, la Corte di Cassazione ha stabilito che la copia non autorizzata di dati aziendali su un dispositivo di memoria personale, anche in mancanza di password o altre soluzioni volti alla loro protezione, può motivare il licenziamento per giusta causa di un dipendente. Su Altalex, un articolo a firma di Manuela Rinaldi e Fabrizio Felli illustra i contenuti del pronunciamento.

Nella sentenza oggetto di commento – si legge nell’approfondimento – i Giudici di legittimità, , hanno riconosciuto la legittimità di un recesso operato nei confronti di un lavoratore “reo” di aver copiato, sulla propria pen drive (personale) dei dati aziendali.

Tali dati non erano, comunque, protetti da alcuna password e non erano, inoltre, stati ceduti a soggetti terzi.

La Corte, considerando anche la previsione dell’art. 52 del CCNL di categoria (settore chimico), ha ritenuto che, nella fattispecie concreta, ricorresse una infrazione connotata da mancata diligenza sul lavoro.

La norma sopra citata (la cui violazione consente il recesso) tra le ipotesi contempla il danneggiamento volontario di beni dell’impresa, il furto, il trafugamento di disegni, schede di proprietà aziendale ecc.

Secondo quanto precisato dalla Cassazione, nella sentenza oggetto di commento, la copiatura dei dati rientra tra tali ipotesi e non in altro passaggio del CCNL ove viene prevista una sanzione disciplinare di tipo conservativo nel caso di utilizzo – improprio – di strumenti di lavoro aziendali.

La Corte di Cassazione ha ravvisato, nel comportamento del dipendente, una condotta consapevole finalizzata alla sottrazione dei dati aziendali.

In tale ottica, secondo il pensiero dei giudici di Piazza Cavour, appare irrilevante il fatto che i dati non avessero una protezione informatica.

La mancanza di qualsivoglia password, infatti, non può autorizzare il dipendente di avvalersi di tali dati per finalità proprie, facendo, in tal modo, uscire i dati dall’ambito della sfera di controllo del datore di lavoro.

Leggi l’articolo integrale su Altalex

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Pubblicato il 28/11/2017 — ultima modifica 17/11/2017
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