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La Corte UE: chi predica porta a porta rispetti le norme europee sulla privacy

Esaminando un caso riguardante la comunità finlandese dei Testimoni di Geova, l’organo di giustizia comunitario ha stabilito che la raccolta di dati personali durante le attività di proselitismo non rientra tra le eccezioni previste dal diritto comunitario in materia
La Corte UE: chi predica porta a porta rispetti le norme europee sulla privacy

Corte di giustizia europea - foto di Cédric Puisney (bit.ly/2IWr5i8 - CC BY 2.0)

Anche le comunità religiose che raccolgono dati personali durante le proprie attività di proselitismo porta a porta devono rispettare le norme comunitarie in materia di protezione dei dati personali. Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea con una sentenza pubblicata il 10 luglio in risposta ad una domanda di pronuncia pregiudiziale avanzata nel 2013 dalla Corte amministrativa suprema della Finlandia, dopo che la Commissione nazionale in materia di protezione dei dati personali aveva vietato alla comunità locale dei Testimoni di Geova di raccogliere e trattare dati personali durante le proprie attività di predicazione. Esaminando il caso, la Corte di giustizia europea ha stabilito che i membri di tale comunità “nell’ambito della loro attività di predicazione porta a porta, prendono appunti sulle visite effettuate a persone che né essi, né la comunità conoscono”.

I dati raccolti - prosegue una nota - possono comprendere il nome e l’indirizzo delle persone contattate porta a porta e informazioni sul loro credo religioso e sulla loro situazione familiare. Essi sono raccolti a titolo di promemoria, per poter essere consultati ai fini di un’eventuale visita successiva, senza che le persone interessate vi abbiano acconsentito o ne siano state informate. La comunità dei testimoni di Geova e le congregazioni che ne dipendono organizzerebbero e coordinerebbero l’attività di predicazione porta a porta dei loro membri, in particolare, predisponendo mappe sulla cui base sarebbe realizzata una ripartizione in zone tra i membri predicatori e tenendo schedari sui predicatori e sul numero di pubblicazioni della comunità diffuse da questi ultimi. Inoltre, le congregazioni della comunità dei testimoni di Geova gestirebbero un elenco delle persone che hanno espresso la volontà di non ricevere più visite da parte dei membri predicatori; i dati personali che figurano in tale elenco sarebbero utilizzati dai membri della comunità.

La domanda di pronuncia pregiudiziale del Korkein hallinto-oikeus (Corte amministrativa suprema, Finlandia) è volta in sostanza ad accertare se la comunità sia soggetta al rispetto delle norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali, per il fatto che i suoi membri, nell’esercizio della loro attività di predicazione porta a porta, possono essere indotti a prendere appunti trascrivendo il contenuto del loro colloquio e, in particolare, l’orientamento religioso delle persone cui essi hanno reso visita.

Nella sentenza odierna, la Corte di giustizia considera anzitutto che l’attività di predicazione porta a porta dei membri della comunità dei testimoni di Geova non rientra tra le eccezioni previste dal diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali. In particolare, tale attività non costituisce un’attività esclusivamente personale o domestica alla quale il diritto dell’Unione non si applica. La circostanza che l’attività di predicazione porta a porta sia tutelata dal diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di religione, sancito all’articolo 10, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, non ha l’effetto di conferirle un carattere esclusivamente personale e domestico, poiché essa va oltre la sfera privata di un membro predicatore di una comunità religiosa.

Nella sentenza la Corte ha esaminato anche altri aspetti, a cominciare dalla constatazione che le norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali dovrebbero applicarsi al trattamento manuale dei dati, solo se questi ultimi sono contenuti o destinati a figurare in un archivio. “Nel caso di specie - si legge nella nota già citata in precedenza - dal momento che il trattamento di dati personali è effettuato in modo non automatizzato, la questione che si pone è se i dati trattati in tal modo siano contenuti o destinati a figurare in un archivio siffatto”.

Al riguardo - prosegue il testo - la Corte conclude che la nozione di «archivio» include ogni insieme di dati personali raccolti nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta e contenente nomi, indirizzi e altre informazioni riguardanti le persone contattate porta a porta, dal momento che tali dati sono strutturati secondo criteri specifici che consentono, in pratica, di recuperarli facilmente per un successivo impiego.

Affinché detto insieme rientri in tale nozione, non è necessario che esso comprenda schedari, elenchi specifici o altri sistemi di ricerca.

Ulteriori riflessioni sono dedicate a chi vada identificato come responsabile del trattamento in tali attività di raccolta dei dati.  “La Corte ricorda - si legge a riguardo - che la nozione di «responsabile del trattamento» può riguardare più soggetti che partecipano al trattamento, ognuno dei quali deve essere pertanto assoggettato alle norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali. Tali soggetti possono essere coinvolti in fasi diverse del trattamento e a diversi livelli, cosicché il grado di responsabilità di ciascuno di essi deve essere valutato tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti del caso di specie”.

La Corte constata altresì - prosegue il testo - che nessuna disposizione del diritto dell’Unione consente di ritenere che la determinazione delle finalità e dei mezzi del trattamento debba essere effettuata mediante istruzioni scritte o incarichi da parte del responsabile del trattamento. Può essere invece considerata responsabile del trattamento una persona fisica o giuridica che, a scopi che le sono propri, influisca sul trattamento dei dati personali e partecipi pertanto alla determinazione delle finalità e dei mezzi di tale trattamento.

Inoltre, la responsabilità congiunta di vari soggetti non presuppone che ciascuno di essi abbia accesso ai dati personali.

Nel caso di specie risulta che la comunità dei testimoni di Geova, organizzando, coordinando e promuovendo l’attività di predicazione dei suoi membri, partecipa, insieme ai suoi membri predicatori, a determinare le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali delle persone contattate porta a porta, circostanza che spetta tuttavia al giudice finlandese valutare alla luce di tutte le circostanze del caso di specie. Tale analisi non è rimessa in discussione dal principio dell’autonomia organizzativa delle comunità religiose, sancito all’articolo 17 TFUE.

La Corte conclude che il diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali consente di considerare una comunità religiosa, congiuntamente ai suoi membri predicatori, quale responsabile del trattamento dei dati personali effettuato da questi ultimi nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta organizzata, coordinata e incoraggiata da tale comunità, senza che sia necessario che detta comunità abbia accesso a tali dati o che si debba dimostrare che essa ha fornito ai propri membri istruzioni scritte

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Pubblicato il 12/07/2018 — ultima modifica 11/07/2018
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