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Identità digitale, lo stato dell’arte e le prospettive

Dalla Carta di Identità Elettronica al Sistema Pubblico di Identità Digitale: un approfondimento sul tema a firma di Giovanni Manca per Agenda Digitale
Identità digitale, lo stato dell’arte e le prospettive

focus - foto di Jürgen (flic.kr/p/8Ls83 - CC BY-NC 2.0)

Su Agenda Digitale è stato pubblicato l’approfondimento “Dalla CIE a SPID, il percorso dell’identità digitale in Italia: dove stiamo andando”,  a firma di Giovanni Manca. “La CIE 1.0 (ma anche la 2.0) - si legge nell’abstract - è la prima testimonianza del tipico progetto di largo respiro della PA italiana. Il meccanismo è quello del ‘taglia il nastro’ e poi dimentica. Poi è arrivato SPID, ma a parte le due impennate nelle richieste legate ad App18 e Carta del Docente, l’adozione stenta a decollare. Come recuperare?”.

Nell’informatica dei mainframe prima e dei mini computer distribuiti poi - scrive Manca in apertura - l’identità digitale era costituita da un nome utente (username) e da una parola chiave (password) da tenere ben custodita e a mente (al peggio scritta su un post-it incollato al video).

Poi venne Internet, i servizi in rete e la mobilità degli stessi. Le credenziali utente quindi si sono moltiplicate e se avevate un posto di lavoro dove l’accesso sicuro era indispensabile e due conti in banca era certo che in vostro possesso c’erano tre OTP (generatori di password).

In questo contesto si sono sviluppati anche i servizi in rete della PA a partire da quelli previdenziali e fiscali con una ulteriore necessità di PIN (password) specifici per ogni servizio.

A partire dal 1998 si è iniziato a parlare di credenziale unica prima la Carta d’Identità Elettronica (CIE 1.0) e poi con la Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

Di CIE e CNS o quasi

La CIE 1.0 (ma anche la 2.0) è la prima testimonianza del tipico progetto di largo respiro della PA italiana. Il meccanismo è quello del “taglia il nastro” e poi dimentica. Basta un esempio sulla banda ottica installata su questa versione della CIE. Essa è una striscia di materiale “ottico” scrivibile tipo CD WORM. Nei progetti iniziali, oltre a contenere le impronte del titolare, doveva contenere dati sanitari “permanenti”, come ad esempio un’ortopanoramica dentale.

Ma la disponibilità di capacità di trasmissione diventa adeguata, quindi i dati sono sui server e si consultano attestando la propria identità con la CIE.

La CIE non decolla mai completamente, costa troppo l’emissione a vista, il sistema anagrafico nazionale nonostante cospicui investimenti non riesce a essere diffuso e stabile e allora…

Vengono finanziati progetti con i fondi UMTS. Il Ministro Lucio Stanca dichiara che non si possono gestire i dati in rete senza una adeguata gestione dell’identità dei cittadin

Nasce così la CNS che dopo varie vicende diventa Tessera Sanitaria (TS-CNS) e dopo ulteriori vicende è distribuita su base regionale.

Non c’è pace… Il progetto di unificazione CIE e CNS parte; viene redatto un decreto che viene inviato a Bruxelles per la notifica di rito delle regole tecniche. Il provvedimento sul Documento Digitale Unificato (DDU) viene approvato (il termine corretto è comunque non viene disapprovato) ma non diventa operativo.

CIE 3.0 e TS-CNS vanno per strade diverse e indipendenti.

E arriva lo SPID ...

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Pubblicato il 05/10/2017 — ultima modifica 29/09/2017
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