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Diritto all’oblio: il tempo non basta

Il Garante privacy: per l’accoglimento delle richieste di cancellazione di informazioni relative a eventi del passato occorre considerare anche elementi come il ruolo pubblico delle persone interessate e il grado di attualità delle notizie oggetto d’esame
Diritto all’oblio: il tempo non basta

eraser - foto di riekhavoc via Flickr (CC BY-NC-SA 2.0)

Il trascorrere del tempo è e resta il primo e fondamentale fattore da tenere in considerazione quando si valutano richieste di cancellazione di notizie relative ad eventi passati in nome del diritto all’oblio. Ciononostante, anche altri elementi, tra cui ad esempio il ruolo pubblico delle persone interessate e il grado di attualità delle notizie, hanno un loro peso a riguardo. Questi principi sono stati precisati dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei e ribaditi di recente da un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali.

Lo spunto è stata la valutazione di un ricorso di un alto funzionario pubblico che chiedeva la rimozione dei link ad alcune pagine, ottenuti digitando il proprio nome nei motori di ricerca. In una nota del Garante si apprende che i link rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una condanna della persona in questione nell’ambito di una vicenda giudiziaria del passato. “Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) – specifica il testo – e l'interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato".

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione – prosegue la nota – era stato pubblicato nell'imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria riproponendola in occasione dell'assunzione di un importante incarico da parte dell'interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato - contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google - che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell'interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell'avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza "Google Spain", nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca "a partire dal nome", senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto rilevante, l'Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l'url che rinviava all'unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all'epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L'Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l'intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, "inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all'interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni" legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall'interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico "anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello". Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

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Pubblicato il 31/08/2017 — ultima modifica 31/08/2017
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