L'incendio di Rio e l’importanza dei “back up digitali” dei patrimoni culturali

Il rogo che ha distrutto il Museo Nazionale del Brasile riaccende l’attenzione sul valore della digitalizzazione come parziale antidoto alla perdita di fonti di inestimabile valore. Sull’edizione inglese di Wired un approfondimento a riguardo

Nella notte tra il 2 e il 3 settembre, un incendio ha devastato il Museo Nazionale del Brasile, che ha sede a Rio de Janeiro ed era stato fondato nel 1818. Pur non causando vittime, il rogo ha distrutto grandissima parte dell’immenso patrimonio del museo, consistente in circa 2 milioni di artefatti e altri tipi di reperti. Tra le tantissime altre, collezioni risalenti alle epoche egizia, greco-romana e precolombiane, la più ampia e articolata raccolta paleontologica del Sud America, e decine di collezioni scientifiche relative alle civiltà indigene del Sud America, inclusa una vasta raccolta di documenti di linguistica di estrema rilevanza per conoscere la cultura di centinaia di popolazioni amazzoniche già scomparse, o tuttora a serio rischio di estinzione.

A poche settimane dall’accaduto, mentre faticosamente si cerca ancora di recuperare il salvabile, sono state già promosse diverse iniziative finalizzate ad una simbolica “ricostruzione digitale” del museo. A cominciare è stato lo stesso museo, invitando ricercatori e studenti a inviare tutte le copie di reperti e manufatti effettuate nel corso degli anni. Successivamente l'appello è stato rilanciato da svariati esponenti della comunità scientifica internazionale e infine è stato il turno di una campagna lanciata da Wikipedia: “c’erano 20 milioni di reperti nel Museo nazionale - recita il tweet col quale è stata promossa l’iniziativa - ne avete fotografato qualcuno? Se sì, aiutateci a preservare la memoria del maggior numero possibile di fonti aggiungendo le foto al patrimonio di Wikicommons”, con tanto di istruzioni precise sui passi da compiere per attivarsi in tal senso.

Una campagna assolutamente meritoria, al pari di tutte le altre iniziative di questo tenore promosse in queste settimane, ma al tempo stesso, come ammesso da un’esperta di linguistica del Museo, “poco più di una goccia dell’oceano”. Le dichiarazioni dell’esperta, Bruna Franchetta il suo nome, sono state rilasciate all’edizione inglese di Wired, che ha preso spunto da questo infausto evento per lanciare un monito sull’importanza della conservazione digitale come antidoto, perlomeno parziale, alla perdita irreversibile dei patrimoni storici e culturali. “Il rogo del Museo brasiliano - si legge nel titolo dell’approfondimento - è la conferma che la memoria culturale ha bisogno di un backup digitale”.

La stessa iniziativa di Wikipedia, si legge nell’articolo, va interpretata più come una campagna di sensibilizzazione su questo aspetto che come un effettivo tentativo di recuperare anche solo una minima parte di quanto andato perduto. “Gran parte di questi artefatti avrebbero potuto essere oggetti di sistematiche attività di riproduzione e conservazione su supporto digitale - scrive l’autrice dell’articolo Emily Dreyfuss - ma non è così che è andata, e tutto questo è imputabile ad una verità inconfutabile sui limiti della tecnologia: il semplice fatto che esistano delle soluzioni di questo genere non significa che verranno adottate. E questo a sua volta significa che la comunità accademica e scientifica non ha ancora pienamente compreso l’importanza di questi aspetti per la preservazione dei patrimoni archivistici. Non solo in Brasile, ma in tutto il mondo”.

L’articolo non manca di sottolineare che a Rio, fatta eccezione per pochissime iniziative promosse da un “manipolo di smanettoni digitali”, si era fatto davvero poco per digitalizzare un patrimonio museale particolarmente a rischio a causa delle condizioni precarie in cui versava la struttura. Ciò ha sicuramente delle motivazioni economiche, visto e considerato che il budget del museo era stato drasticamente ridotto negli ultimi anni, ma come ammette Andrew Nevins, altro esperto di linguistica affiliato al museo, il problema delle risorse non sarebbe l’unico e probabilmente neanche il più importante. “Se l’idea della digitalizzazione era tutt’altro che una priorità urgente - ha dichiarato a Wired - per altri aspetti tecnologici, quale ad esempio quello di acquistare l’ultimo e più affidabile impianto di riproduzione acustica, c’erano molto più interesse e disponibilità di fondi”. “Su questi aspetti non c'è una diffusa consapevolezza - ha aggiunto Bruna Franchetta - la nostra comunità si interroga davvero raramente su come creare e mettere in sicurezza gli archivi digitali, e sebbene studenti e professori lavorino duro per collezionare quanto più possibile, dedicano molta meno attenzione a come proteggere quanto raccolto”.

A fronte di queste lacune, nell’approfondimento di Wired non manca una riflessione più ampia su quanto una efficace attività di conservazione digitale richieda tempo e ingenti risorse. Per rimanere alle sole collezioni linguistiche andate distrutte nel rogo di Rio, un patrimonio consistente in circa 100.000 documenti, la loro corretta digitalizzazione avrebbe richiesto non solo una maggiore consapevolezza, ma anche attrezzature particolarmente costose e l’impiego fisso di personale, specialistico e non, da dedicare esclusivamente a tali attività.

L’impressione che si ricava da tutto ciò è che forse la dicotomia tra mancanza di risorse e mancanza di consapevolezza sull’importanza della conservazione digitale sia meno netta di quanto si potrebbe a volte pensare. Patrimoni di inestimabile valore come quello di Rio svaniscono nel nulla sia a causa dei budget sempre più esigui, sia perché si fa fatica a capire quanto sia importante digitalizzarli prima che sia troppo tardi.

E forse, complicando ulteriormente il ragionamento, si fatica a capirlo anche perché non si investe a sufficienza per fornire agli addetti ai lavori quegli elementi di conoscenza, culturali prima ancora che squisitamente tecnici, necessari a capire come il presente impatti sulla loro professione e imponga anche nuovi modi di interpretarla. Se fino a pochi anni fa per un operatore della conservazione l’unica preoccupazione poteva e doveva essere quella di salvaguardare nel miglior modo possibile il maggior numero di fonti e artefatti fisici ereditati dal passato, oggi, per assolvere a quello stesso scopo, un operatore non può più ignorare che la loro salvaguardia può e deve passare anche attraverso la strada della loro riproduzione, conservazione e messa a disposizione su supporto digitale.

E per creare questo tipo di consapevolezza occorrono precise scelte strategiche. Non solo in prima linea, ma anche e soprattutto dove agisce chi decide verso cosa indirizzare risorse, priorità e attenzioni.

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