lunedì 22.10.2018
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Arte, passione e intrattenimento: il futuro della letteratura è già arrivato

Sul Guardian, la scrittrice Naomi Alderman invita a considerare i videogame con meno snobismo: alcuni titoli hanno raggiunto un tale raffinatezza, anche dal punto di vista dello storytelling, da rientrare a suo avviso pienamente nel novero delle opere letterarie
Arte, passione e intrattenimento: il futuro della letteratura è già arrivato

Journey

La letteratura digitale e interattiva del nuovo millennio? Esiste già, e fa lo stesso rumore che tanti appassionati di scrittura chiedono ai propri figli di far cessare mentre si arrovellano sul futuro dello storytelling. Il rumore è quello dei videogiochi e la brillante provocazione è frutto della penna (ovviamente elettronica) di Naomi Alderman, personaggio che, nella doppia veste di scrittrice e autrice di videogame, sembra disporre di validi elementi per riflettere a riguardo.

La Alderman è intervenuta di recente sul Guardian per invitare a guardare con meno snobismo ai videogiochi. Secondo l’esperta, decine e decine di titoli hanno ormai raggiunto un livello di evoluzione estremamente raffinato, anche dal punto di vista della costruzione delle storie. Per questo, non è più possibile considerarli come semplici  passatempi per bambini, adolescenti o adulti che non avrebbero mai totalmente superato le due precedenti fasi di crescita.

Con la giusta dose di leggerezza ed ironia, la scrittrice e autrice si prende gioco sia degli esperti di informatica e tecnologia che, alle prese con la creazione di un nuovo titolo, si chiedono se per caso non possano esistere strutture narrative comuni a tutte le storie (“ignorando totalmente che da Aristotele in poi, per 3-4.000 si è intensamente riflettuto a riguardo”); sia di quei professionisti del marketing che ormai sembrano annusare tracce di storytelling ovunque: nei dati ad esempio, o in qualsiasi prodotto, compreso l’ultimo rivoluzionario robot aspirapolvere (“no, non ha nessuna storia da raccontarci, a meno che l’intelligenza artificiale non sia arrivata molto prima di quanto pensassimo”).

Venendo al cuore della sua tesi, più di tutti si dice però divertita dai tanti che ancora oggi si interrogano su quale sarà il futuro di una letteratura finalmente in grado di essere interattiva, multimediale e avvincente. Secondo la Alderman, questo futuro è in realtà già un presente, e alligna proprio laddove si realizzano i videogame.

Più gravi di qualsiasi altra cosa – scrive nel suo intervento – sono tutti quei forum, summit, seminari e via discorrendo sulla “letteratura digitale”, durante i quali persone che si occupano d’arte, estremamente ben intenzionate, possono parlare per ora su come potrebbe essere il futuro dello storytelling in questa nuova età tecnologica – se saremo in grado un giorno di realizzare storie e poemi ipertestuali, o interattivi, o multilivello – senza rendersi apparentemente conto che i videogame esistono già. E non si limitano a esistere! Sono di fatto il medium più redditizio e in crescita della nostra epoca. La vostra letteratura tecnologica sperimentale è già qui e fa il rumore che chiedete a vostro figlio di far cessare mentre scrivete riguardo al futuro dello storytelling geolocalizzato.

La Alderman ci tiene a precisare che non tutti i titoli possono aspirare allo status di opere letterarie. Come per i blockbuster cinematografici inoltre, questo vale quasi sempre per i giochi che di volta in volta vanno per la maggiore. Pur tuttavia, cita diversi esempi degnissimi di attenzione per elementi quali la costruzione dei caratteri, i livelli di introspezione psicologica, il realismo e la lucidità nella definizione degli scenari e dei contesti e via discorrendo.

“Essere culturalmente edotti sui videogame è importante tanto quanto visitare i musei o appassionarsi all’opera”, è quindi la sua chiosa. E se si fa ancora fatica ad accettarlo, è solo perché scrittori e artisti da un lato, e informatici e programmatori dall’altro, “dai 16 anni in avanti, vengono spesso rinchiusi in stanze ed edifici diversi”. Non solo, col passare finiscono quasi sempre per guardarsi in cagnesco.

È proprio contro questa contrapposizione che scrive la Alderman, chiedendo di porvi fine per fare un grande favore a tutti noi, ma ancor più alle future generazioni. Osservazioni del tutto condivisibili, che ci sentiamo di estendere auspicando la necessità di dedicare la massima attenzione possibile alla conservazione nel lungo periodo di questi nuovi prodotti letterari. Nelle biblioteche digitali del futuro, oltre a Moby Dick e La Dolce Vita, è sacrosanto che si possa accedere, in modalità “press start to play”, anche a un piccolo, grande capolavoro come Journey.

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Pubblicato il 24/10/2015 — ultima modifica 16/10/2015
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