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Anatomia di un tweet: molto più di 140 caratteri

Se Twitter è sbarcato a Wall Street con successo, argomenta Paul Ford su Bloomberg Businessweek, è merito anche dei metadati a corredo dei messaggi. Un surplus informativo fondamentale, anche per conservare nel tempo questo tipo di contenuti
Anatomia di un tweet: molto più di 140 caratteri

foto di Mary Margret via Flickr (CC BY 2.0)

L’articolo di Paul Ford è stato pubblicato pochi giorni dopo il trionfale debutto in borsa di Twitter, evento al quale Bloomberg Businessweek dedica la cover dell'ultimo numero in edicola, e si interroga sule ragioni che hanno decretato la straordinaria popolarità del servizio. A differenza di altri contributi del genere, l'analisi riguarda sia le ragioni visibili a occhio nudo, o comunque deducibili a partire da quello che tutti gli utenti quotidianamente esperiscono utilizzando la piattaforma, sia quanto si trova sotto il motore di ogni singolo tweet, ossia l’insieme di metadati che, come un’impalcatura, tengono in piedi nel tempo i messaggi. Per quanto riguarda il primo aspetto, Ford sottolinea la notevole intuizione, giunta per l’altro al momento più opportuno, di comprimere al massimo il fenomeno del blogging – e non è un caso se dopo la nascita del servizio è stato coniato il termine microglogging – e  puntare sulla telefonia mobile come piattaforma per l’interazione e la diffusione dei contenuti. Una doppia mossa vincente, che ha reso molto più popolare e diffusa la pratica di produrre e condividere in rete contenuti personali, facendo leva su fattori chiave come la velocità – visto che  la scrittura di un tweet richiede molto meno tempo rispetto a quella di un post – e una tecnologia in prepotente ascesa quale appunto la telefonia mobile.

Passando alle ragioni invisibili del successo di Twitter, nell’articolo si dedica molta attenzione ai 31 metadati che ogni singolo cinguettio nasconde sottopelle. I 140 caratteri che compongono il messaggio sono meno del 10% del suo contenuto reale, scrive Ford, chiedendosi perché una forma di comunicazione che punta tutto sull’immediatezza e la spontaneità abbia bisogno di un simile carico informativo a corredo. E la risposta, oltre a essere estremamente interessante di per sé, presenta anche diversi spunti rilevanti per chi si occupa di conservazione delle informazioni, avendo a che fare con quegli aspetti di classificazione e catalogazione che sono alla base di questo tipo di pratiche.

“Mentre un tweet galleggia nella timeline tra tanti altri messaggi – si legge nel testo – contiene in sé già tutti gli elementi che gli permetterebbero di stare in piedi da solo. Ogni tweet potrebbe essere incorporato e mostrato in milioni di altri siti, anche diversi anni dopo la sua pubblicazione originaria. Quello che sembra nascere come estremamente effimero, ha in realtà una innata capacità di resistenza.

Una volta nati, i tweet sono soli e devono trovare la propria strada nel mondo, proprio come le tartarughe marine alle prese con le onde. Fortunatamente però, dispongono di tutte le informazioni necessarie per riuscirci: un tweet conosce l’identità del proprio autore, sia esso un umano o una macchina, il proprio luogo e data di nascita, e dozzine di altre piccole informazioni che permettono di ricostruirne in ogni momento l’intera genealogia. Tra qualche millennio, così come oggi gli archeologi possono risalire a intere culture dai pezzi di un teschio, qualcuno potrà fare la stessa cosa partendo da un singolo tweet”.

Nell’approfondimento Ford spiega che chiunque può facilmente accedere ai metadati dei tweet, rilasciati liberamente dal servizio attraverso delle apposite API (application progtamming interface), e che con un minimo di competenze informatiche è possibile dare un senso a queste preziosissime informazioni di corredo. Tra esse figurano ad esempio il numero di persone che hanno favorito o retwittato un messaggio, e quindi in estrema sintesi il suo indice di gradimento, o ancora l’identikit dettagliato del suo autore: dal nome utente all’immagine avatar che lo accompagna, al numero di follower e following, al certificato di autenticità col quale Twitter assicura ad esempio che dietro al profilo di una celebrità c’è realmente quella persona in carne e ossa.

Ma non finisce qui, perché l’articolo spiega l’importanza di altri tipi di metadati, e soprattutto delle loro combinazioni, specie per chi è interessato al potenziale economico dei tweet. Dalla lettura si apprende ad esempio che ogni messaggio porta con sé le coordinate geografiche esatte dalle quali è stato generato, fornite attraverso il formato GeoJSON che è un open standard non direttamente gestito da Twitter; ma anche una informazione addizionale, in questo caso direttamente fornita dal servizio, che permette di dare un nome geografico al suo luogo di creazione. Si tratta di metadati molto importanti, spiega Ford, perché dalla loro integrazione è possibile farsi un’idea di quali siano i posti nei quali si twitta di più, e magari combinando queste conoscenze con le informazioni relative agli orari di scrittura dei messaggi, si può cercare di capire se e quando conviene lanciare determinati messaggi pubblicitari, a seconda dei diversi contesti e abitudini di utilizzo della piattaforma.

Suggestivo e interessante è infine il cenno ad altre categorie di metadati che svelano quanto ogni singolo messaggio è una potenziale fonte di problemi, e quanto spesso i gestori di Twitter tendano a scaricare sugli utenti il compito di risolvere o almeno arginare questi problemi. Uno dei campi descrittivi a corredo dei tweet riguarda ad esempio la presunta violazione o meno del copyright, e nel caso questo campo sia contrassegnato positivamente, si legge nell’articolo, non si può escludere a priori che quel messaggio venga prima o poi cancellato dalla piattaforma. Tornando alla geografia, grazie a un altro campo si può conoscere la lista delle nazioni che hanno vietato la pubblicazione di un tweet, mentre è con il campo “possibilmente sensibile” che si può evincere in controluce tutti il lavoro di monitoraggio e controllo dal basso che Twitter delega al proprio pubblico.

“Il campo – scrive Ford – indica se un tweet linka a contenuti potenzialmente offensivi quali ad esempio ‘scene di nudo, violente o relative a trattamenti medici’ (…) ogni singolo utente può settare il proprio profilo in modo da avvisare automaticamente i propri follower che i propri messaggi potrebbero essere controversi o offensivi. Se non lo fate, rischiate ad esempio che qualcuno possa segnalare le foto di una vostra operazione come offensiva, cosa che automaticamente le collocherà “in revisione”, vale a dire il limbo di Twitter.

Un campo del genere rende evidente la difficoltà di gestire una piattaforma così vasta e popolare. L’unico modo di sopravvivere è ignorare la grandissima maggioranza di ciò che vi viene condiviso. Twitter non durerebbe un giorno in più se all’improvviso fosse necessario dedicare del personale al controllo di tutti i tweet. Allo stesso tempo però, per attrarre il maggior numero possibile di utenti deve evitare di spaventarli. E qui viene fuori tutti il valore dei termini ‘potenzialmente’ e ‘sensibile’. Il risultato finale è che Twitter carica il fardello morale sulle spalle degli utenti. Quello che per qualcuno è arte per altri può essere oscenità, e chi gestisce il servizio non ha intenzione di decidere a riguardo, né di costringere o meno gli utenti a guardare delle cose. Siamo in presenza di qualcosa che è al tempo stesso estremamente nobile, perché tiene conto di quanto può essere varia e articolata l’espressione umana, ma anche molto conveniente, perché alla fine scarica tutte le responsabilità sull’utente: ti avevamo detto che quel messaggio era ‘potenzialmente sensibile’, e allora perché hai deciso di guardare?”.

Domande che si portano dietro questioni molto complesse. Tutto in 140 caratteri e una manciata di metadati, che raccontano oggi, e racconteranno domani, di uno degli aspetti più caratteristici e peculiari della nostra contemporaneità.

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Pubblicato il 10/11/2013 — ultima modifica 12/11/2013
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