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10 anni in ascolto delle persone comuni: happy birthday StoryCorps!

La “celebrazione della normalità americana”: così il NY Times descrive un progetto nato nel 2003, con il coinvolgimento tra gli altri della Library of Congress e della National Public Radio, che ha portato a registrare e conservare più di 50.000 storie personali in 200 città degli Stati Uniti
10 anni in ascolto delle persone comuni: happy birthday StoryCorps!

una clip animata del progetto StoryCorps

Tutto è cominciato nel 2003, con l’apertura di una cabina di registrazione nei pressi del Grand Central Terminal di New York. Le persone potevano entrarvi dentro, meglio se in coppia, e spendere quaranta minuti per chiacchierare del più e del meno. Gioie, dolori, aneddoti, speranze e timori: tutto era ammesso purché facesse luce sulle loro esistenze, e fosse a loro avviso degno di essere tramandato. Era l’inizio di uno stupendo racconto collettivo, che oggi, dieci anni dopo, vanta oltre 50.000 interviste raccolte in quasi 200 città degli Stati Uniti, per un totale di ben 90.000 attori protagonisti. Tante sono le persone che hanno prestato la propria voce al progetto StoryCorps, nato da una intuizione del documentarista radiofonico Dave Isay e trasformatosi nel tempo in una vera e propria istituzione multicanale. Ogni singola intervista è infatti salvata su CD e custodita presso l’American Folklife Center delle Library of Congress; centinaia di racconti sono stati divulgati settimanalmente dalla National Public Radio; gli stessi sono fruibili sul sito del progetto; e per non farsi mancare proprio nulla i promotori dell’iniziativa hanno anche cominciato  a realizzare delle clip animate pubblicate su YouTube, e raccolto quelli che definiscono i propri  greatest hits in ben quattro volumi di carta. L’ultimo, intitolato “Ties That Bind”, è praticamente fresco di stampa ed è tra i regali di compleanno più importanti che StoryCorps ha fatto a se stessa, ma anche e soprattutto agli americani, allo spegnimento della decima candelina. Un anniversario che Dave Isay preferisce però considerare più come un punto di passaggio che un traguardo:

“Samo appena agli inizi – spiega al New York Times – anche se in effetti quando è cominciata questa avventura pensavo proprio che sarebbe dovuta durare al massimo 10 anni. Dopo un solo anno però, ho capito l’enorme potenziale del progetto e ho deciso che avrei dovuto dedicare il resto della mia vita per costruire qualcosa che, almeno spero, cambi le cose nel nostro Paese. Quello che voglio è che ci sia sempre più voglia di ascoltarci l’un l’altro”.

Ed eccoci alla parola  chiave dell’intera operazione: “non si tratta tanto di storytelling – spiega Isay – quanto di storie che meritano di essere ascoltate da altri, perché se altri sono in ascolto, vuol dire che abbiamo qualcosa di importante da dire”. Non è quindi per niente un caso che tra i tanti narratori incontrati lungo il cammino, chi ha deluso più di tutti sono stati i politici: “penso che recitino un copione – dichiara il giornalista – e per questo tipo di progetto niente suona più falso e vuoto di un copione”. Molto meglio la normalità, intesa non come banalità, quanto come testimonianza di una singolarità che non ha bisogno di essere urlata per bucare il muro dell’anonimato e guadagnarsi uno spazio in questa meravigliosa storia popolare. “Una cosa è certa – scrive il Times a riguardo – in America niente è neanche minimamente paragonabile a questo progetto. Si tratta di una sorta di antidoto a quel clima mediatico che esalta gli eccessi delle celebrità, l’estremismo politico e i cattivi comportamenti. StoryCorps, al contrario, celebra la normalità”. E per capire ancor meglio il modo in cui lo fa, si rimanda di seguito a diversi passaggi di una lunga intervista a Dave Isay pubblicata di recente sul portale MotherJones.com:

D: abbiamo letto che l’ispirazione per StoryCorps nasce dai progetti di storia orale concepiti durante il New Deal.

R: Ero solito andare presso l’American Folklife Center, a Washington, per ascoltare quelle interviste. Ne custodivano circa un centinaio (…) tra le registrazioni ricordo quelle di alcuni ragazzi in una piscina, poco dopo l’attacco di Pearl Harbour: potevi sentire in sottofondo il suono dei tuffi e dei palloni gettati in acqua, e le voci di questi ragazzi, registrate magistralmente, che si chiedevano cosa sarebbe accaduto a quel punto. È qualcosa che mi ha letteralmente trasportato indietro nel tempo.

D: Secondo alcuni accademici, StoryCorps non può essere definito un vero e proprio progetto di storia orale. Cosa ne pensi?

R: Penso che lo dicano perché le interviste non sono condotte da accademici e per il fatto che hanno una durata massima definita in partenza. Ma penso che camminiamo nel solco di professionisti della storia orale che hanno dichiarato di apprezzare il nostro progetto. Sinceramente sono poco interessato alle definizioni, mi sta molto più a cuore il fatto che le persone trovino il tempo per raccontare le proprie storie.

D: Hai deciso di puntare sulle conversazioni tra conoscenti per evitare che eventuali intervistatori esterni portino con sé i propri pregiudizi?

R: No. Penso piuttosto che se parli con una persona con la quale sei in intimità possano venire fuori molti elementi che altrimenti rimarrebbero nell’ombra. L’intimità sprigiona una specie di elettricità, ed è a quella elettricità che sono interessato.

D: Ti sei mai posto il problema che, accumulando storie, si corresse il rischio di diventare ripetitivi?

R: Quando tutto è cominciato non pensavo avremmo raggiunto dei grandi numeri proprio perché temevo effetti di questo genere. Pensavo che ci fosse un numero limitato di possibili interazioni tra una nonna e sua nipote. Ma uno dei tanti miracoli di StoryCorps è proprio l’avere svelato che le storie personali non sono mai ripetitive, anzi col tempo migliorano. Ci sono tutti questi racconti che parlano di amore, e nascita e morte, e non la smetteranno mai di sorprendermi per la varietà, la portata e la potenza che trascinano con sé.

D: Sei sempre stato interessato alle voci che sono ai margini. Come ti sei mosso per accogliere una simile varietà di testimonianze?

R: La metà delle nostre storie parla di persone comuni. L’altra metà la inserisco nell’area di quelle che definisco le interviste “sociali”, perché riusciamo a realizzarle grazie alla collaborazione con associazioni no profit che ci permettono di raggiungere i loro pubblici di riferimento. Penso che il potere delle nostre interviste risieda nel fatto che se qualcuno decide di ascoltarti in silenzio, nella quiete di una cabina, chiedendoti chi sei e perché ti piacerebbe essere ricordato, in qualche modo sta legittimando la tua esistenza, e il fatto che essa conti qualcosa per qualcuno. Anni fa, realizzai un progetto di documentazione radiofonica e un libro su un gruppo di ragazzi che vivevano a Bowery, un quartiere di Manhattan, in vere e proprie celle recintate con della rete metallica. Ricordo di avere portato il libro a uno dei ragazzi di cui avevo scritto: rimase paralizzato per un paio di secondi, poi me lo strappò dalle mani e cominciò a correre nel corridoio “io esisto! – urlava - io esisto!”.

D: Ci sono alcune aree geografiche con una maggiore densità di storie interessanti?

R: Ci sono aree del genere. Ad esempio le città della cosiddetta cintura della ruggine, centri industriali che hanno vissuto tempi difficili, popolate da persone convinte che la loro esistenza sia stata dimenticata e non sia poi più così importante per il resto del Paese.

D: Puoi descriverci alcune iniziative particolari di StoryCorps, quali ad esempio quelle dedicate ad alcuni gruppi specifici come le famiglie dei veterani di guerra o gli afroamericani?

R: L’ultimo progetto di questo genere riguarda i militari che sono andati in guerra dopo l’11 Settembre e le loro famiglie. Entro giugno del prossimo anno ne lanceremo uno nuovo, chiamato Out Loud, dedicato alle comunità LGBT attive nell’intero Paese. Vogliamo farlo soprattutto per dare voce chi è vissuto prima dei moti di Stonewall e commemorare chi è morto nelle prime epidemie di AIDS. Quello che ci interessa più di ogni altra cosa è scovare le tante persone che vivevano in piccole città del Sud o in altre aree periferiche, lontane da centri chiave per il movimento LGBT come New York e San Francisco. Vogliamo catturare la ricchezza e la varietà delle loro storie.

D: Ci sono soggetti particolarmente difficili da intercettare?

R: Fare interviste nelle carceri richiede molti sforzi. Ma tutti, nessuno escluso, hanno una gran voglia di partecipare. Con un collega discutevamo tempo fa dell’idea di intervistare i veterani dell’Iraq e dell’Afghanistan e ci dicevamo convinti che avremmo raccolto delle storie molto intense. Alla fine il senso è sempre lo stesso. Tu chiedi loro se avessero mai raccontato le loro storie prima di quel momento. Loro ti rispondono di no, e quando gli chiedi il perché ti rispondono: “nessuno ce lo aveva mai chiesto”.

Leggi l’intervista integrale su Mother Jones

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Pubblicato il 31/10/2013 — ultima modifica 04/11/2013
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